raffaele's profileWelcome Into My Velvet R...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
Welcome Into My Velvet Rope
Benvenuto nel mio Spaces!
May 05 Intervento inutileMi è venuta voglia di scrivere sul blog anche se nn lo faccio mai tranne in momenti di pura agonia psicologica...
la verità è che nn riesco a parlare di me e qndi compilare gg dopo gg qsto sito. Oppure qnd mi viene voglia di lasciare qlche pensiero qndo clicco su aggiungi le idee mi sembrano stupide e insensate... bho? Ce la metto tutta ma proprio nn riesco a parlare di me e dei mei pensieri...
cmq per dare un senso a qsto interveno inutile almeno per nn dare la sensazione a quei 3 che leggeranno di aver perso tempo lascio qlche frase di una song:
for u i was a flame... love is a losing game...
self professed profound, love is a fate resigned... love is a losing hand!
mammamia come è deprimente! riproviamo con un'altra:
Oh i think i'm falling in love again this cannot be good!
(ha ragionissimo!!!!!!)
spero vada meglio...
a presto
R. May 01 1' maggio fiorentino1buongiorno a tutti, si mi sn appena svegliato e sn a firenze la culla del rinascimento...
Che strano tornare qui dopo 5 anni! qnte cose sn cambiate, ma soprattutto come sn cambiato io...
cmq finalmente scrivo sul blog dopo l'ultimo nn esaltante post!!!
a presto
R. January 30 sadche giornata strana!
nn ci credo
che
stranezza
nn posso pensare di avere perso
c'è così poco da dire e da fare
tutto sembra abusato
come se solo una scintilla fosse rimasta
una scintilla minuscola
che nn si trova
che ti fa penare
che ti fa stremare e arrancare
per raggiungere una meta
che nn vedi
ti sembra così lontana...
qnd la raggiungi ti dicono che nn è finita
è solo il mach point
ricarica le forze
riparti
e
nn chiederti se finirà
perchè qnd finirà
è l'oblio.
nn potrai chiederti
nè voltarti
sn passi falsi
troppo falsi
falso
ma cosa è il vero
cosa il falso
cosa la follia
in ognuno ce n'è
c'è un pizzico
una scintilla
sempre la cazzo della scintilla
ma perchè nn incendia?
perchè è così fugace
perchè mi sfugge?
perchè nn riesco a prenderla
fermate il mondo:
VOGLIO SALIRE
nn più in disparte
voglio essere lo spettAttore
della mia vita
ma scrivete voi il copione
io la scintilla l'ho persa
e nn la trovo
nn ho idee
per vivere la mia vita
ho solo storie
ma nn sn cose che vivrei
sn sulla carta (sul Pc)
sn ferme e immobili
dategli luce
io sn l'autore
ma nn della mia vita
di qll si sn scordati di
appiccare il fuoco
ed ora è infreddolita
rattrappita
stropicciata
e aspetta
un focus
pur
puros
ih
ih
i don't wanna lose my focus
only i want is fire
fuoco per dare senso
sensi
tatto
fumo
pelle
è la mia follia
la mia agonia
sn stanco di assistere
voglio levare le ali
nn da angelo
vanno bene anche da pipistrello
sn brutti ma volano
stanno giù
ma volano
ed io sn qui
nn volo
nn volo
scintilla
fiamma
facella
my heart
my speakerheart
iceheart
fatemi salire
e assisterete al
FUoco. October 27 Concerto di Amy Winehouse a Milano (Alcatraz)Quella che state per leggere, non è la recensione di un concerto, né una critica ad un’esibizione live di un’artista sconvolgente (lascio queste cose a chi è più qualificato di me) ma è il racconto o la cronaca di una giornata magica, giornata che mi ha fatto vivere mille emozioni e che auguro almeno ad uno di voi di vivere. Erano ormai tre settimane che io e Carlo avevamo preso i biglietti per il concerto di Amy Winehouse, e devo dirla tutta è stato lui a convincermi ad andarci perché io non volevo. Amy infatti non mi aveva conquistato, non so il motivo, forse perché non è proprio il genere che amo (preferisco l’RnB tipo Mary J. Blige o Janet Jackson) fatto sta che alla fine dopo mille preghiere mi ha convinto. Siamo partiti da Parma alle 16 e 30 con la speranza di accaparrarci un posto visibile. Non poteva andarci meglio. Siamo arrivati all’Alcatraz alle 18, e non c’era molta gente. Appena entrati nella discoteca ci siamo subito resi conto che sarebbe stato fantastico: eravamo in prima fila, il palco sopra di noi era a qualche metro di distanza, e, l’euforia che ci circondava, ci aveva contagiato, instillandoci un’impazienza a stento controllabile. Alle 21 e 10 calava il sipario, ed un Amy eterea e con lo sguardo assente quasi non fosse lì, iniziava il suo perfetto concerto. Alle note di Addicted tutto l’Alcatraz, compresi io e il mio amico, non riusciva più a contenersi, accogliendo con grida e feste questa incredibile artista. Amy per tutta la sera ha fatto la mattatrice involontariamente, ha bevuto tre drink, ha ballato, litigata più e più volte con la spallina del vestito che la cingeva. Sembrava fatta, si toccava il naso, i capelli e il vestito, ma erano dettagli. Non appena iniziava a cantare tutto il pubblico era rapito, nessuno badava al vestito al drink ecc. ma solo alle note divine che uscivano dalla sua bocca e alla band (che tra l’altro suona benissimo). La cosa che mi ha più colpito è stata la sua figura. È magra come un chiodo, cinta in un vestito che la snelliva di più, con gambe sottilissime quasi che sembrava che non riuscissero a reggerla, e i suoi occhi che erano lontani e emozionati, quasi come se non fosse lì a cantare ma chissà dove. Ha addirittura suonato la chitarra. Non so quali problemi abbia e se siano irrisolvibili, fatto sta che se interrompesse il tour sarebbe un crimine. Grazie Amy, posso definirmi un tuo fan. August 02 è una storia che ho scrittoParte prima Follie nella notte
I
Mi sono sempre chiesto a quale mondo appartenessi, ogni volta che Cole Brant me lo rinfacciava: <<Vattene brutta checca tu non appartieni al nostro mondo!>> Ma allora a quale mondo appartenevo? Se non era quello in cui ogni mattina mi svegliavo e pregavo che fosse ancora notte, se non era quello della Saint Luis High School la scuola che porta anche il mio stesso nome e che non fa altro che darmi delusioni e umiliazioni, se non è quello di Miami quest’orribile città in cui fa sempre caldo ed in cui ci sono nato allora qual è? Certo che lo sapevo di non appartenere a quel mondo, non sono mica scemo, ma mi sono sempre illuso e l’ho sempre sperato in fondo volevo disperatamente entrarci, farne parte con tutto me stesso ma poi l’ho capito che era un’utopia, non ero ricco e non lo sono tuttora ma questo non credo che abbia importanza perché quando ho finalmente capito che era una stupidaggine inserirmi ho accantonato il problema e mi sono incazzato col mondo, sono diventato punk. È stato molto facile incazzarmi col mondo, forse perchè era lui che ce l’aveva con me e non solo lui. Non ho certo avuto un’esistenza facile: mio padre morì che avevo solo 10 anni e con lui morì anche tutta la mia posizione sociale e il mio mondo, tanto per essere retorico. Perché una volta ero ricco, più ricco di tutti i miei compagni di classe e di Cole che adesso fa tanto il gradasso, mio padre era August Ferguson figlio del più importante uomo d’affari di Miami e degli interi stati Uniti, magnate di una delle più importanti industrie farmaceutiche d’America la FERGUSON inc., mio padre però ebbe la cattiva idea di morire e di lasciare me e mia madre col culo per terra. La mamma ha dovuto darsi da fare perché una volta morto papà mio nonno ha chiuso totalmente i ponti con me e con la mamma. Dopo la morte di mio padre si è rifugiato nel suo castello e non mi ha voluto vedere più. L’unica cosa che ancora mi lega a lui è la retta annuale a cinque zeri che paga alla scuola che, come ho già detto porta il mio nome ed una squallida cena di natale durante la quale mia madre si fa in quattro per compiacerlo sgobbando dalla mattina ai fornelli insieme alla servitù di quel castello che ha al posto di casa ed io che gironzolo per i corridoi per evitare di vederlo. Questo è tutto. È questo il rapporto che io ho con mio nonno, l'unico legame diretto che ho ancora con mio padre è un vecchio tirchio, bisbetico che mi ha condannato a morte iscrivendomi in quel covo di matti. Fu lì che m’incazzai definitivamente con il mondo, perché fu lì che capii quanto mi mancava un padre e quanto era dura essere povero in mezzo una turba di ricconi che sono firmati fino alle mutande, che cambiano un fuoristrada all’anno ed io che per prendermi la patente ho dovuto rompere un salvadanaio che avevo da quando avevo undici anni. Ora ne ho diciassette e sono lo zimbello della classe. Quando ancora non ero a questi livelli timidamente entravo in classe mi guardavo intorno, sperando che nessuno mi potesse vedere, invisibile scarafaggio in mezzo a tanti cigni, che cosa avrebbero visto in me, mi chiedevo, potevo avere anche un nome importante ma se non hai l’abito adatto sei niente comunque. Potevo anche avere un nome importante ma se sei figlio di una cameriera di un club esclusivo per soli ricchi sei comunque niente e in una classe formata da Cole Brant e Drew Darling che sono ricchissimi e tu sei niente diventi il loro bersaglio preferito. È dal primo anno in quella maledetta scuola che mi torturano con i vari insulti che si possono fare alle nullità come checca o figlio del popolo ed altre che neanche ricordo. Fu più o meno in quel periodo che mi incazzai con il mondo a quindici anni. Che colpa avevo io se mio padre era morto e se mia madre per vivere è costretta a fare la cameriera alle persone che prima si inchinavano quando passava? La colpa non era mia, ma di mio nonno che odiavo con tutto me stesso e trovai sfogo nella musica punk e nei Nirvana. Loro mi hanno insegnato tutto e a difendermi me l’insegnò il mio istruttore di karaté. Incominciai a portare i capelli lunghi, i jeans strappati e un modello di scarpe che ora va molto di moda anche tra i ricchi che si atteggiano a punk ma nel lontano millenovecentonovantacinque un abbigliamento del genere faceva molto scalpore specie se a portarlo era un figlio di nessuno in una scuola di celebrità. Loro facevano a gara per farsi notare esibendo le marche più esclusive ed i fuoristrada più nuovi, io con i miei jeans e i miei lunghi capelli li battevo tutti. In giro per la scuola non si faceva altro che commentare il mio nuovo look selvaggio e persone come Cole, Drew, Irwin abituati a mettermi la testa nel cesso ci rimasero molto male, molti nella scuola iniziavano ad ammirarmi per questa scelta coraggiosa e loro non potevano accettarlo e come avrebbero potuto, ma non potevano più umiliarmi pubblicamente perché iniziavo anche io ad essere qualcuno nel mio essere nessuno e il mio nuovo hobby li lasciava perplessi, loro erano grandi calciatori, eroi della Luis’s Chanpions la squadra di calcio ufficiale della scuola che ogni anno neanche fossero tanti Ronaldo vincevano il campionato delle scuole, un vanto per le loro piccole menti, quindi erano molto allenati ed erano abituati a dare botte ma non a chi era alloro livello, ma al più debole. Quando videro che potevo avvicinarmi al loro livello mi lasciarono in pace con le torture ma gli scherni in classe continuavano, i soliti appellativi certo non potevano mancare, ma non rispondevo più alle loro provocazioni. Li avevo in un certo senso battuti con il mio solo cambiamento e da quando videro come liberamente in cortile fumavo spinelli durante la ricreazione, una vera persona da evitare in quel covo di gente perbene tutte dedite durante le feste private a sniffare quelle due o tre strisciette di cocaina e a trangugiare quelle quattro o cinque pasticche di ecstasy. Incarnavo il tipico perdente anche nella scelta della droga a cui abbandonarmi per affogare i dispiaceri di quella vita inutile e deprimente che vivevo, ma ameni avevo fatto un passo avanti: da nessuno ero diventato un perdente nell’arco di un solo anno e mi preparavo ad affrontare i miei diciassette anni con la stessa determinazione che ha un impiccato, nessuna ma costretto da una stupida corda a rimanere in aria e penzolare. La mia classe oltre a quei tre individui di cui ho già parlato non offre altri spunti degni di nota a parte Anastacia Pinchett un vero e proprio fiore del paradiso, ma anche lei fa parte di questo mondo che io stento a sopportare. Ne sono pazzo di lei, mi fa più effetto delle canne, ma il mio sarà destinato ad essere un amore infelice, perché lei è la fidanzata di Cole Brant da più di cinque anni ed io non posso fare niente per evitarli, sono nella mia classe e ogni mattina li vedo sbaciucchiarsi e vorrei morire, ogni volta che vedo quell’essere palestrato, con quelle mascelle spigolose e quelle labbra vomitevoli toccare quelle soavi labbra che ispirano sesso e dannazione ma allo stesso tempo verginità mi sento venir meno, cadere in un tunnel di morte e dolore raccapricciante. Lei è una stronza, anzi è la peggiore bastarda di tutta la scuola, è la serpe n°1 in quell’abisso infernale che è la mia classe. Nessuna può competere con lei in cattiveria né Pamela Pantè la puttanella della classe né Georgia Leabbot la verginella alla moda che ammazza di pompini gli amanti occasionali, ma lascia stare in pace la sua povera vagina illibata. Non c’è nessun maschietto della classe (oltre a me naturalmente) che la sua soave bocca non abbia assaggiato. Ma io la capisco in fondo, è la meno borghese della classe, suo padre è un “povero” collaboratore della Brant & Co. L’impresa edile del padre di Cole che ha costruito almeno il settanta per cento delle case della Miami perbene, lei deve per forza comportarsi così. Si è subordinata al sistema, cosa che io non ho fatto, lei è un'altra povera se così si può chiamare la figlia di un architetto che ha progettato le ville di mezza Miami, ma guadagni come quelli del padre di Cole o di Irwin metterebbero Ko qualsiasi avversario, il padre di Georgia è ricco, ma loro lo sono molto di più e lei, per farsi accettare fa pompini, semplice se si pensa bene. Il resto delle ragazze della classe é solo routine, un insieme di tette e culi strabilianti uniti ad un trucco pesante ed a vestiti da centomila dollari, nessun’altra è degna di nota in confronto ad Ana, così la chiamano tutti. Come ho già detto è una stronza, ma non è solo il suo corpo formoso, i suoi occhi verdi, le sue curve nelle quali potrei perdermi in un limbo dorato e non fare più ritorno, o i suoi soldi. No. È la sua espressione triste, il suo improvviso rabbuiarsi (e allontanare furtivamente il Cole della situazione). Per quanto ventiquattro ore su ventiquattro abbia quell’aria da stronza saputella ci sono quei dieci minuti, proprio quando è più convinta di non essere vista che rivela tutta se stessa e tutta la sua vulnerabilità. Ci sono quei dieci minuti in cui cade una maschera e si rivela un nuovo volto fatto d’amore e di insicurezza, perché io lo so che io e lei ci assomigliamo, che neanche a lei piace vivere in questo modo nella più totale falsità, so che vorrebbe urlare a Cole di lasciarla stare, e so anche che non hanno mai fatto l’amore. Naturalmente è una voce di corridoio, mai nessuno ha avuto il coraggio di parlarne apertamente, il re Cole ne avrebbe di cose da dire altrimenti. So anche però che prima o poi succederà, e quel giorno io morirò. Forse per me amare significa scavare nell’intimo di una persona e anche se per dieci minuti al giorno l’ho comunque fatto, ed ho scoperto un anima non di porcellana e materiale ma divina. Nessun pittore avrebbe mai potuto imprimere un solo secondo di quella divina creatura nell’atto di ripiegarsi su stessa e scoprire la sua anima, il suo vero io. Perché se qualcuno giustamente disse che la vita era un flusso continuo di forme in perpetuo movimento io ho scoperto dieci minuti in cui il mondo si ferma, e la persona che fa fermare tutto è Anastacia Pinchett, ecco perché la amo….. Il nostro rapporto, se così si può chiamare non avere il minimo contatto, è un disastro perché, mentre con gli altri ho il rapporto di scherno e di denigrazione, con lei non ho niente, non mi ha mai rivolto la parola né per scherzo, né per chiedermi di prestargli una gomma, non che l’avessi mai preteso, non lo ha mai fatto Georgia, che tra l’altro è la sua migliore amica, non vedo il perché l’avrebbe dovuto fare lei. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire. Non voglio essere presuntuoso, ma penso che lei lo sappia di essere simile a me, lo sappia che le nostre anime sono destinate ad incontrarsi, perché siamo simili, perché le nostre anime sono uguali ed unite irrimediabilmente. Saremmo anche destinati ad incontrarci, ma purtroppo non in questa vita, perché mia madre degna moglie di mio padre ha avuto la cattiva, anzi pessima idea di lavorare come cameriera allo yacht club de l padre di Ana, che compete con mio nonno al premio per il più ricco di Miami. Io insomma sono il servo della donna che amo e non posso certo parlare di anime unite se le nostre sono divise senza speranza dal mostro della classe sociale, lei ha già scelto il n°1 della classe e per arrivare al n°100 ne dovrà fare di strada. Ma la sento vicina, ed è più forte di me amarla. Naturalmente anche Ana ha contribuito al fallimento del mio rapporto con mia madre. Non la odio per avermi condannato ad un amore infelice, lei non ne ha colpa, ma la detesto per avere accettato le condizioni di mio nonno e fare di tutto per entrare nelle sue grazie, non se ne accorge che Louis Ferguson senior è solo un volgare approfittatore e un taccagno mostruoso. Ci ha abbandonato e lei ha accettato le sua condizioni e mi ha fatto iscrivere in quella scuola senza batter ciglio. La disprezzo per questo, ma la disprezzo anche per essere assente. Non se ne è minimamente accorta del mio cambiamento, delle canne nemmeno se l’immagina, ma senza rendersene conto mentre mi puliva la stanza ha raccolto da terra un pacco di cartine e senza dire niente le ha tranquillamente riposte sul comodino. Quando le vidi rabbrividii, mi scagliai come non mai quella sera contro di lei e le dichiarai tutto il mio disprezzo. Erano più o meno due anni che ero incazzato con il mondo e il millenovecentonovantasette non aveva portato molta acqua al mio mulino ed avevo un diavolo per capello perché la mattina avevo rivolto la parola ad Ana e lei si era girata dall’altra parte con indifferenza. La scuola era appena cominciata essendo il dieci settembre e la mia arrabbiatura con il mondo era al culmine, sapevo che se fosse continuata in quel modo ne sarei morto, avrei fatto la stessa fine di Kurt Cobain. Ma non sapevo che il millenovecentonovantasette sarebbe anche stato un anno di profondi cambiamenti e ben presto mi sarei reso conto che non bastava andare controcorrente e fare il punk e fumare cento spinelli per convincermi che quello non era il mio mondo e non lo sarebbe mai stato, ma io VOLEVO disperatamente farne parte! Certo non lo capii subito ce ne volle di tempo e di cuori infranti ma l’importante fu che ci arrivai, ma forse era troppo tardi….
II
Come ho gia detto il dieci settembre del millenovecentonovantasette non era iniziato nel migliore dei modi, oltre all’approccio disastroso che ebbi con Ana fu la mamma che diede il colpo di grazia ad una giornata pessima, quando scoprii che non aveva fatto niente vedendo le cartine che io avevo accuratamente sistemato sotto il letto perché le vedesse. Non so nemmeno io perché feci quell’atto ignobile, ora come ora posso soltanto dire che volevo una reazione oltre alle solite urla, ma una reazione netta, ero stanco di avere una scimmia urlatrice al posto di madre e forse era troppo drastica come cosa da fare ma a diciassette anni si cerca sempre l’esagerazione per ottenere qualcosa. Quando costatai che non c’era stata alcuna reazione allora fu molto dura, un mito, quello dell’erba, crollò. In fondo perché avevo iniziato a farmi le canne? Tutti i ragazzi ad una certa età sono spinti dalla voglia di trasgredire anche quei ricconi, c’è chi a tredici anni inizia a fumare le prime sigarette nel bagno della scuola, chi fa sesso a tredici anni, e poi a sedici o chi è precoce a quindici inizia con le droghe. Chi è ricco con quelle pesanti come la cocaina o le pasticche, chi è povero col le leggere come l’hashish o l’erba. Io non avevo fatto sesso a tredici anni, neanche a diciassette lo avevo fatto in realtà, non avevo iniziato a fumare le sigarette a tredici anni ma a quindici avevo iniziato a farmi gli spinelli. Ma perché lo avevo fatto? Certamente non perché ero povero, non avrei toccato coca o pasticche neanche avendo tutti i soldi di mio nonno. Ma avevo incominciato per dare fastidio sia ai miei compagni di classe che a mia madre. Volevo che lei mi scoprisse, ecco perché fumavo in bagno a casa nelle poche ore che lei era dentro. Speravo che bussasse alla porta ed io le avrei aperto con la paglia tra le dita dicendole: <<Hey mamy ti va un tiretto?>>. È la storia più vecchia del mondo, tutti gli adolescenti in piena crisi ormonale trasgrediscono per dare fastidio ai genitori. Perché a quindici anni ti senti solo al mondo (specie uno come me). I genitori non ti possono più aiutare perché non hanno più le risposte che tu cerchi e che invece ti potevano dare a dieci anni. In questa età inizia ad assaggiare la vita da adulto, l’indipendenza può essere un brutto mostro con profondi occhi gialli se non hai appigli abbastanza resistenti. Molti di quei ricconi ce li avevano, erano amici, e trovavano molto consolante prendere a calci chi era meno fortunato dopo una notte passate a sniffare durante le feste della domenica a cui io non avevo mai partecipato. Ma io, io chi avevo dalla mia parte? Nessuno. Quindi dare fastidio a mia madre era l’unico divertimento che potevo concedermi, la soddisfazione di saperla preoccupata per me nella sua glacialità era un frutto da assaporare ben maturo. Il fatto di non riuscire ad assaporarlo dopo che di mia spontanea volontà avevo piazzato le prove fu davvero deprimente. Ma tutto questo non poteva restare impunito. La sera aspettai che tornasse a casa per vomitargli addosso tutto il mio risentimento. Erano circa le nove e sapevo che la mamma sarebbe tornata a quell’ora. Povera mamma ora me ne rendo conto della vita che conduceva solo per me. Lavorava in quel posto dove tutti la conoscevano notte e giorno a lavare i cessi dove i re e le regine con il loro regale canale urinatorio sporcavano solo per il gusto di vederla sgobbare. Quando si vede una persona che era al di sopra di te toccare il fondo, a tutti viene in mente l’unica cosa possibile da fare, vendicarsi. Come aveva osato mia madre ad essere prima la più bella e la più ricca ed ora una volgare lavacessi? Adesso non era lei la più ricca ma la più povera quindi bisognava farglielo capire in qualche modo no? E quale migliore promemoria dell’urina? I cessi erano sempre più sporchi, ogni giorno di più chissà perché? Lavare i gabinetti non è certo una cosa divertente e mia madre ne era al corrente così come il suo umore. Pessimo direi, non ho mai visto una persona come lei, così esaurita. Urlava per ogni cosa che accadesse se lasciavo fuori posto un asciugamano era un disastro. L’ultima volta quando mi cadde una pentola piena di sugo scoppiò a piangere. Era così diversa dalla Mildred Ferguson che conoscevo. La donna che conoscevo, cioè quando mio padre era ancora vivo, non si abbatteva davanti a niente era una persona solare e bellissima. I suoi talliere facevano invidia a tutte e i suoi capelli lisci e biondi erano il suo vanto,direi quasi che brillavano al sole. Un bel quadro era mia madre, era perché ora stento a riconoscerla. Alcuni da brutti anatroccoli diventano cigni improvvisamente, mia madre ha avuto il processo contrario. La sua chioma fluente ha lasciato il posto a della paglia, che il pettine scapperebbe al solo contatto e i suoi talliere hanno lasciato il posto ad una squallida divisa da cameriera quando lavora o a delle tute insipide che sono la firma del decadimento della nostra vita. E la persona sempre solare è diventata una nevrotica senza speranza che piange e ride per un nonnulla. Non potevo capire cosa mia madre stesse passando, anzi forse non lo volevo capire, ero troppo preso dal mio dramma interiore per fare qualche cosa per mia madre anche soltanto per capirla. Perché a diciassette anni si è troppo egoisti e si ha l’idea che i genitori non possano capire ma neanche noi capiamo loro. Ed io non ero da meno. Finalmente erano le nove e mezza e sentii dal piano di sotto la porta che si apriva. Mi precipitai al piano di sotto per aspettare il momento propizio per sferrare il mio attacco a sorpresa. Mia madre era più stravolta del solito il completo grigio da cameriera era tutto bagnato dalla pioggia che improvvisamente era scoppiata così come i suoi capelli, i suoi occhi erano spenti e rassegnati e in quel momento mi resi conto che non avrei mai potuto provare più disprezzo per una persona. In fretta varcò la soglia di casa e mi chiamò perché la aiutassi a prendere le buste della spesa che aveva lasciato in macchina. Quando rientrammo ero un pulcino bagnato e per questo la mia ira raggiunse il culmine ma temporeggiai. Iniziai ad apparecchiare la tavola con molta calma, facendo attenzione a posare le forchette ed i coltelli al posto giusto come voleva mio nonno e mi sedetti. Dopo qualche minuto la mamma era scesa ed iniziò a cucinare del pesce surgelato comprato al discount sotto casa con molta calma ma una calma che precede una tempesta che ben presto scoppiò: <<Questa casa è un porcile non ti rendi conto dove vivi? La tua camera puzza, i calzini sono per terra cosa credi che sia una sguattera? Non fai niente tutto il giorno mentre io mi spacco la schiena dalle otto alle venti, e non hai nemmeno il buonsenso di rassettare un po’ questo porcile?>> <<Guarda che lo so che non sei una sguattera, certo non la mia ma di qualche riccone tuo ex amico>> <<Che cosa hai detto? Sei impazzito?>> <<No! Sono incazzato, è diverso!>> <<Per quale motivo saresti incazzato?>> <<Ti sei ammattita tutto ad un tratto? Non lo vedi come viviamo? Qui tutto è uno schifo, la tua vita è uno schifo, la mia è uno schifo, viviamo come i cani, in una reggia però, quando cazzo ti decidi a vendere questa villa?>> <<Lo sai benissimo che non la venderò…. È l’unico legame che abbiamo con tuo padre non lo farei mai!>> <<Sveglia! Papà è morto! Come la nostra vita qui. Io non ce la faccio più a frequentare quella scuola, non ce la faccio più a vivere in questa casa, non ne posso più di te! Non credi che sarebbe opportuno dichiarare la nostra sconfitta e andarcene, cambiare quartiere, dare un bel calcio in culo a nonno e trasferirci in periferia?>> <<Sei impazzito?>> i suoi occhi erano velati da un’ombra di paura, il solo pensiero di trasferirci la atterriva. <<Come puoi essere così stupido? Hai idea di come sia la periferia di Miami? Vuoi diventare un drogato o un ladro? O vuoi morire? Lo sai che il figlio di Conny è morto in una sparatoria ieri, proprio in periferia? Io mi ammazzo ogni giorno per te, perché quella scuola che tu tanto odi è la tua unica chance per uscire da questa merda. In periferia non avresti una sola possibilità!>> <<Ma sarebbe meglio di tutto questo! Tu parli così perché non sai come vivo, non sai a quanta commiserazione sono rivolto, non sai quanto soffro, soprattutto non sai se sono un drogato o un ladro, tu non ci sei mai! Per quanto tu sappia potrei essere un eroinomane. Ma tu non lo sai, perché un fallimento come madre e come donna e ti odio per questo! Odio te, quell’essere che si spaccia per nonno, odio tutti in questa città di merda e disprezzo te per questa vita del cazzo che mi hai affibbiato senza che la potessi scegliere!>> <<Sei solo un piccolo ingrato!>> ora non stava solo piangendo ma singhiozzava e sembrava avere una crisi <<Sei un mostro, vuoi vedermi morta? Io ho investito tutto su di te e questo è il ringraziamento! SEI SOLO UN PICCOLO BAMBINO VIZIATO CHE NON VALE NIENTE! Fila in camera tua e non farti vedere mai più da me! VATTENE!>> Corsi via in camera e scoppiai a piangere come un bambino. Non sapevo cosa mi facesse più male se le parole dette da mia madre o le parole che le ho vomitato addosso. Il rimorso iniziò a rodermi nello stomaco e non potevo fare altro che piangere perché non solo ero senza scampo ma avevo ferito la persona che disprezzavo ma soprattutto che amavo disperatamente. Ma la cosa che mi faceva più male era la mia consapevolezza della sua completa ragione in tutto e che ero un perdente senza scampo.
III
Dopo aver pianto la sera precedente per più di mezzora mi addormentai di colpo. Il risveglio dopo un litigio furioso è sempre molto doloroso. Aprii gli occhi che era l’alba, ma ebbi paura ad alzarmi. Mi scrollai di dosso tutta la tensione che avevo accumulato e mi preparai ad affrontare mia madre. Cosa le avrei detto? E come avrei potuto guardarla negli occhi dopo quello che le avevo vomitato addosso? Non lo sapevo ma qualcosa le avrei pure dovuto dire. L’orgoglio però prese il sopravvento e scelsi l’opzione più facile, non le avrei detto niente. Mi vestii in fretta ma sempre cercando di essere il più trasandato possibile e scesi di sotto per fare colazione. La mamma non c’era e capii anche il motivo. Era sabato e il sabato la mamma inizia a lavorare dalle sette e mezza. Ero un mostro fino in fondo le avevo rovinato quelle poche ore di tranquillità che aveva a disposizione ed il mio senso di colpa ricominciò a grattare nel mio stomaco cancellando ogni senso di fame che potevo provare. Uscii di corsa nonostante fossero solo le otto meno un quarto presi la bici e, come un fulmine sfogai sui pedali tutta la rabbia che avevo dentro. In dieci minuti arrivai a scuola che naturalmente era deserta vista l’ora. Attraversai il cortile senza guardare nessuno rinunciando alla consueta sigaretta del mattino. Ma solo una cosa volevo fare, fumare uno spinello sul tetto. Arrivai in classe per posare la borsa con i libri ma un discorso mi trattenne, Irwin e Drew stavano parlando di Ana e Cole, non potevo certo perdermelo. Mi sedetti con noncuranza e capii che il discorso era scottante perché non mi notarono. <<Non sai cosa è successo ieri alla festa di Nicole!>> disse Irwin tutto eccitato. <<Spara!>> <<Lo sai cosa si dice in giro, che tutto quello che Cole dice sulla sua vita sessuale con Ana siano tutte cazzate e che lei sia ancora vergine. Bene ieri abbiamo avuto la conferma!>> <<Non ci posso credere! Il re del sesso è solo un conta balle! Racconta…>> <<Si che ne ha raccontate, e di grosse! Per farla breve. Lo sai che alle feste di Nicole Ana non viene mai e che Cole si sbizzarrisce con alcool e coca, ieri era completamente fatto! Continuava a ripetere che voleva scopare, e ad un certo punto è sparito, per un buon quarto d’ora non si è visto. Per poi ricomparire con Ana!>> <<Con Ana? Ma è folle lo sanno tutti che Nicole ed Ana non si possono vedere!>> <<Si che lo so, e tu dovevi vedere la faccia di Ana era imbarazzatissima! Continuava a guardarsi intorno spaesata fino a che Cole non la ha praticamente trascinata al piano di sopra. Tutti abbiamo pensato che volesse finalmente darci la prova della sua tanto decantata vita sessuale, ma dopo cinque minuti Ana incominciò ad urlare. Mi precipitai in camera e trovai Cole completamente fatto che stava quasi per violentarla, li ho divisi e Cole svenne tra le mie braccia. Ana era disgustata mi chiese di accompagnarla a casa. Durante il tragitto mi confessò tutto che odiava Cole e che non l’avevano mai fatto, infatti era più di un mese che voleva lasciarlo.>> <<Non ci posso credere è una bomba!>> <<Lo sai questo cosa vuol dire? È la nostra occasione Drew, Cole è finito ed Ana sarà finalmente mia!>> Lo avevo capito perfettamente cosa voleva dire. Irwin voleva prendere il posto di Cole da quando erano in fasce, si è sempre sforzato di essere suo amico, il suo migliore amico, ma non perché nutrisse un affetto sincero per lui ma perché voleva trovare una sua mancanza. Al primo errore di Cole, Irwin lo avrebbe scavalcato e gli avrebbe preso finalmente lo scettro di leader della classe e di tutta la loro piccola combriccola di calciatori. Irwin si era sempre impegnato il doppio di Cole ma per una strana coincidenza arrivava sempre secondo. In tutti i campi Cole lo batteva dal calcio, Irwin voleva disperatamente avere il ruolo di prima ala nella Luis’s Champions ma arrivò prima Cole e il poveretto si dovette accontentare di un misero ruolo da centrocampista. Tra gli amici era sempre Cole ad avere l’ultima parola, Irwin era destinato ad essere il suo vice. Solo quando non c’era Cole diventava lui il leader. Soprattutto in una cosa Irwin arrivò secondo, nell’amore di Ana. Quando finalmente Irwin si decise da dodicenne timido a rivelare il suo amore puerile ad Anastacia, arrivò secondo, perché Ana si era appena fidanzata con Cole da due ore per essere chiari. Fu allora che Irwin capì che se non poteva battere il nemico forse era meglio allearsi aspettando nell’ombra il momento di debolezza per scavalcarlo, finalmente. Purtroppo per Cole il momento era arrivato e la lotta avrebbe richiesto la sua testa. I due bulletti finalmente mi notarono e iniziarono a parlare a voce bassa. Ero confuso, non sapevo se essere felice o arrabbiato, da una parte ero felice perché non solo avevo la conferma della verginità di Ana ma ero convinto che era finita. Finalmente era finita tra di loro ed Ana era finalmente libera. Tuttavia ero arrabbiato perché quel porco aveva osato quasi violentarla come aveva potuto con quelle manacce da maiale osare toccarla con quelle intenzioni? Il sangue nelle vene iniziò a bollire e mi sarei gustata la scena della detronizzazione con molto gusto. Mi sedetti in attesa. Era passata quasi mezzora e Cole non si vedeva, la classe era quasi piena, anche Ana era finalmente arrivata e sembrava avesse assistito ad un funerale. Arrivò in ritardo e si vedeva che aveva pianto. Attraversò la classe come se sfilasse in un mare di occhi che la scrutavano con curiosità. Prima che arrivasse, Irwin e Drew avevano informato la classe dell’accaduto e quando finalmente prese posto la circondarono tutti facendogli le domande più improbabili a cui lei non solo non rispondeva ma ad un certo punto scoppiò in lacrime tra le braccia di Georgia e la folla alla vista delle lacrime fu dispersa da Irwin che la prese tra le braccia dicendole: <<Ci penso io a te adesso, fidati di me!>> che tipo! Avrebbe fatto di tutto per entrare nelle sue grazie ed io l’avrei voluto prendere a pugni! Passò una buona mezzora prima che Cole arrivasse erano la nove e la lezione di matematica era iniziata. La sua disfatta doveva attendere e Cole passò le prime due ore forse presentendo la sua fine imminente con lo sguardo basso. Era divertente vedere come lo scrutavano. Il prof di matematica era molto severo e certo non ammetteva occhiate furtive e riprendeva tutti quelli che provavano a girarsi per guardarlo. Le occhiate furtive però ci furono e Cole non poteva fare altro che schivarle, abbassando lo sguardo. Le occhiate furtive erano rivolte anche ad Ana che ad un certo punto chiese di uscire accompagnata da Georgia e sul palcoscenico dell’aula rimase Cole a fare il suo assolo. Il suo ultimo assolo, perché il tempo della star era finito e presto altri avrebbero preso il suo posto, il palcoscenico non perdonava gli errori e non c’era scampo al dimenticatoio. Le due ore finalmente passarono, la campanella squillò per informare gli studenti che era l’ora della ricreazione. Cole si alzò ma Irwin e Drew lo circondarono e iniziarono a scherzarlo: <<Ti sei ripreso dalla sbornia re del sesso? Perché non ci racconti la tua notte bollente con Ana siamo tutti curiosi di sapere quante volte te la sei fatta? Cosa credevi che era una delle solite puttanelle che ti fai quando la tradisci perché, lo sai Ana quante volte ti ha tradito?>> <<Che cazzo vuoi? Non sono fatti che ti riguardano vuoi che ti spacchi il culo?>> <<Provaci!>> a sorpresa Irwin gli tirò un pugno in pieno stomaco facendolo piegare in due. Quello che seguì dopo fu troppo deprimente per essere raccontato ma qualcosa in me si mosse, qualcosa in me mi spingeva a difendere il mio antico rivale. La scena era pessima, la classe era gremita, c’erano tutti, ma nessuno difese Cole, nessuno li divise. Il gioco al massacro era entrato nel vivo, tutti avevano subito qualche sgarbo da Cole, l’invidia del perfetto bulletto era più forte del senso di giustizia nel dire basta quando si assiste al pestaggio di un uomo senza nessun motivo. Io, però non ero invidioso di Cole, lo odiavo ma non a tal punto da godere vedendolo in quelle condizioni. Fui io a fermarli. Li divisi con una mossa di karaté azzeccata perché nessuno fosse colpito. <<Che fai adesso lo difendi?>> disse Irwin gasato al punto giusto per essere pestato <<Devi essere una checca colossale dopo tutto quello che ti ha fatto!>>. Non risposi portai Cole via da quel covo di mostri e lo accompagnai alla macchina. Uscendo dalla classe incontrai Ana che vedendo Cole in quello stato scoppiò in lacrime. Vederla in quelle condizioni mi fece molto male ma aiutando Cole forse avrei acquistato punti con lei. Georgia abbracciandola mi disse: <<Grazie Luis lo sapevo che in fondo eri un bravo ragazzo>>. Non c’è di che mi venne da dire ma Cole iniziava a pesare e quindi mi allontanai facendo un sorriso di circostanza. Arrivai alla macchina in un bagno di sudore, il poveretto finalmente iniziò a dare segni di vita porgendomi le chiavi. Aprii la macchina lo misi al posto di guida, ma era troppo debole per guidare: <<Ti prego Luis guida tu, ti prometto che non ti darò più fastidio>>. <<Ci credo!>> Cole Brant mi stava pregando, avrei dovuto lasciarlo lì e fargli pagare tutti i torti che avevo subito ma non ce la feci. La visione di Cole con la faccia tumefatta oramai distrutto e sconfitto, non mi diede quell’ebbrezza della vendetta come avevo creduto, ma inspiegabilmente provavo pietà per lui. Fu questa pietà che mi spinse ad accompagnarlo. Durante tutto il viaggio Cole rimase con lo sguardo perso nel vuoto, solo una volta arrivati a casa sua mi disse: <<Grazie! Non lo dimenticherò mai e fidati io non dimentico mai di sdebitarmi.>> si allontanò per il vialetto della sua villa con la testa china sembrava un re in esilio ma purtroppo per lui non era in esilio, era finito… Tornai a scuola giusto in tempo perchè la campanella suonasse la terza ora, religione, una materia così inutile ed una prof così rimbambita che non avrebbero sentito per niente la mia mancanza. La quarta ora mi faceva paura, però. Lettere è una materia che ho sempre odiato e per cui optai per il tetto della scuola in compagnia di uno spinello. Sul tetto l’aria era sempre alterata, essendo la scuola un arsenale di quindici piani, quando in cortile fa freddo, sul tetto si gela, quando fa caldo sul tetto si soffoca. Era proprio quest’ultimo il caso di quella mattina e mentre rollavo la canna mi cacciai la maglietta mettendo in mostra il mio fisichetto niente male. Iniziai a fumare assaporando fino all’ultimo il sapore acre dell’erba di cattiva qualità che il mio fidato spacciatore mi aveva propinato per cinque dollari, un affare per la quantità, in parole povere ne avrei ricavato dieci paglie, un affarone anche se era cattiva come qualità. Ad un tratto sentii che la porta del tetto si apriva. Ero terrorizzato perchè se fosse stato un professore mi avrebbe espulso. Buttai la canna per terra e la pestai preparandomi ad una imminente ramanzina. Contro ogni mia aspettativa non era un prof, ma da dietro la porta comparve Ana con gli chi pieni di lacrime. Il mio cuore sobbalzò, vederla piangere mi infondeva un tale senso di tenerezza e di calore che l’avrei stretta tra le mie braccia e le avrei gridato tutto il mio amore. Appena mi vide si fermò di colpo, si asciugò gli occhi e per sfuggire a quel senso di imbarazzo che l’aveva avvolta nel vedermi scelse una battuta pessima: <<Tu qui? Non sapevo che questo fosse un posto per falliti!>> <<Ora lo sai, che fai rimani qui e fallisci con me?>> dissi mostrandole le cartine. Mi lanciò uno sguardo di curiosità, innanzitutto perché non si aspettava che le rispondessi e poi perché l’idea di fumare le era nuova e la allettava. <<Hai improvvisamente ritrovato la lingua?>> disse sedendosi accanto a me. Iniziai a rollare e per tutto il tempo lei non mi tolse gli occhi di dosso e per l’emozione di averla così vicina per la prima volta, più una volta mi tremò la mano e rischiai di compromettere il lavoro. Però era la mia prima occasione, mi feci coraggio e ultimai il lavoro. La canna era pronta e le diedi l’onore di accenderla. Diede una prima boccata di fumo e dalla smorfia che fece capii che non le dispiaceva affatto. Dopo cinque o sei tiri me le passò e finalmente notò il mio petto nudo: <<Ma che fai copriti! Non voglio assistere al festival degli orrori!>> <<Davvero? Ed io che pensavo di essere ad un concorso di bellezza! Come puoi definire un fisico statuario orrore? Farei invidia a Tyson!>> Scoppiò in una grassa risata ed in un attimo tutte le nostre tensioni sparirono. Lei dimenticò Cole, io sciolsi finalmente il nodo di tensione che si era creato con la sua vicinanza e ridemmo come non mai. Fu lì che capii quanto eravamo vicini, quanto avremmo potuto essere felici insieme. Noi due costituivamo un connubio perfetto, bastava solo darci una possibilità. Mentre scendevamo le scale suonò la quinta ora, alla quale certo non potevo mancare. Prima di entrare in classe mi disse: <<Grazie!>> con un tale slancio che mi sentii svenire, era troppo bella, perfetta aveva tutte le qualità del mondo. In più avevo smascherato molto di più dei consueti dieci minuti, in quell’ora sul tetto Anastacia Pinchett mi aveva donato una scintilla di sé. Per quella giornata ero a posto, niente mi avrebbe potuto distogliere dalla felicità che provavo. Purtroppo avevo un altro fantasma da affrontare il mio orgoglio, ma soprattutto mia madre.
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